Il Cittadino moderno tra identità e identificazione

Cari amici e soci MSOI, oggi vi proponiamo un secondo saggio tra quelli che hanno partecipato al concorso “Corrispondente MSOI” dell’anno scorso (2014). Valentina Caracci qui ci parla del cittadino moderno e dei suoi tentativi di “equilibrismo”. Enjoy it!

 

IL CITTADINO MODERNO TRA IDENTITA’ E IDENTIFICAZIONE

Una delle caratteristiche principali della modernità (o post-modernità) è certamente la perdita di identità intesa come identificazione o appartenenza dell’individuo ad una comunità, in un mondo dove invece sembra prevalere il senso di individuazione e distacco critico della persona da tutti quei gruppi sociali, politici, religiosi che un tempo erano proprio quelli dove l’individuo stesso esprimeva, ed entro i quali si modellava, la sua personalità.
L’influenza del mercato e della sua ‘nuova etica a-morale’ basata su un calcolo utilitaristico di costi-benefici, ha fatto sì infatti che il senso della collettività venisse meno. Ciò avviene perché il gruppo costa all’individuo razionale, il quale infatti, come Olson sostiene nella sua teoria del freerider, tenderà a non partecipare all’azione collettiva che comporta per lui dei sacrifici, considerati economicamente ‘irrazionali’. Solo laddove l’individuo saprà di ottenere degli ‘incentivi selettivi’ per aver partecipato all’azione collettiva, egli troverà conveniente prendere parte alla stessa.
L’homo economicus dunque tende a perseguire degli obiettivi egoistici e si preoccuperà della collettività solo quando l’interesse generale coincide con quello particolare, come avviene ad esempio all’interno delle Spa o nei gruppi di pressione legati all’industria.
In questo senso il mondo attuale si caratterizza per una sorta di ‘atomizzazione sociale’, dove tanti individui perseguono i propri personali obiettivi vivendosi da una parte come soggetti svincolati da reti sociali normativamente impegnative, dall’altra come membri di una comunità indeterminata, senza frontiere e non nettamente demarcata. Il fenomeno della globalizzazione tende ad accentuare questo meccanismo di dispersione della personalità dell’individuo, come soggetto insieme individuato e integrato, sciogliendo ed abbattendo i confini che un tempo garantivano una omogeneità di comportamenti e di attese e insieme un senso di appartenenza capace di cementare e rafforzare la struttura identitaria. In questo senso, la dispersione dell’individuo, come soggetto autonomo e indipendente, risente di quella che Baumann definisce ‘società liquida’, ovvero mondo fondato sulla liquefazione dei legami sociali. L’assenza di un rigido normativismo valoriale e di legami sociali forti si accentua all’interno inoltre di un universo dominato dalla fluidità del libero mercato, che non conosce limiti né norme rigide di carattere morale, a parte quelle -non
controllabili né pianificabili- dell’economia. Il concetto di società liquida può essere tanto ribadito nel suo versante positivo, cioè di liberalizzazione dei rapporti svincolati da ogni tipo di normativismo religioso, politico ed etico-sociale, quanto nel suo versante negativo e per certi aspetti anche preoccupante, di anti-valore che espropria l’individuo dalla sua stessa autonomia di scelte e comportamenti, e lo abbandona all’onda di eventi e di circostanze più grandi di lui e in pratica incontrollabili. In questo secondo senso la conquista dell’autonomia individuale può nascondere in realtà l’impotenza dell’individuo come disaffezione rispetto alla possibilità di agire sul mondo e trasformarlo in una dimensione umana e non alienata.
Quanto più una società, come quelle arcaiche, è fondata su un orizzonte di precisi valori politici, religiosi o etico-sociali, tanto meno l’individuo si pone il problema dell’identità intesa come individuazione. Al contrario, una società aperta e liberale come quella moderna, espone l’individuo ad una maggiore instabilità che costituisce il prezzo stesso pagato per godere di maggiore libertà. Secondo Popper, i ‘nemici della libertà’ sono quelli stessi che, eticamente o politicamente, vorrebbero ritornare ad un tipo di società chiusa e permanentemente stabile. Lo stesso Freud, ne ‘Il disagio della civiltà’ sottolinea il prezzo che l’individuo moderno deve pagare nel ‘barattare’ una fetta di libertà in nome di una maggiore sicurezza. All’interno di una società libertaria e liberale come quella attuale l’individuo si trova a fare quindi i conti con una angoscia esistenziale dovuta all’assenza di vincoli e all’infinità di possibilità. Infatti all’interno di una società chiusa caratterizzata da un ‘monoteismo’ valoriale, l’individuo si sente più sicuro che all’interno di un sistema aperto, caratterizzato da un ‘politeismo’ delle scelte etiche e da un ‘policentrismo’ dei luoghi dell’identificazione. In altre parole, l’identità, nella società moderna, è esposta ad una proliferazione di scelte possibili e di processi di identificazione che può generare da una parte un senso di libertà diffusa e dall’altra, invece, un senso di ansia, angoscia e spaesamento.
D’altra parte noi dovremmo essere oggi all’altezza, per citare Erich Fromm, del nostro inevitabile rischio di ‘paura della libertà’. Questo è un rischio che ogni democrazia può e deve correre, così come ogni forma politica non totalitaria, cioè non basata su uno o pochi luoghi di identificazione, deve garantire. Come direbbe Bobbio, non esiste una democrazia perfetta (Dahl parlerebbe di poliarchia) ed è preferibile per un cittadino moderno correre i rischi connessi alla democrazia liberale di una società aperta, che trovare rifugio nella sicurezza -ad alto costo di libertà- di una società totalitaria o non democratica.
L’individuo moderno deve recuperare una dimensione sociale e comunitaria, da animale politico in senso aristotelico, ridimensionando una struttura forte, egocentrica e autocentrata dell’individuo. A maggior ragione questo ritrovare in sé una dimensione sociale ha senso nel quadro di una partecipazione all’interno di una società non più vissuta come la società degli altri, come esterna rispetto all’ego. Si potrebbe parlare anche del recupero di una identità politica, dove l’identificazione nel sociale o nello stato, non fa correre al soggetto il rischio dell’alienazione, in quanto si tratta di essere fibre dello stesso tessuto di cui siamo parte. Infondo, essere liberi, come diceva Gaber, è incompatibile con una società di individui non-partecipativi, ossia di atomi in guerra gli uni con gli altri come dello stato di natura di Hobbes. Nessuno nasce già individuo, nessuno nasce già con una propria identità e, a partire dall’educazione in famiglia, l’identità resta
qualcosa che si costruisce attraverso l’interazione psicologica e sociale: l’identità è una ‘costruzione sociale’. In questo senso non solo la libertà è partecipazione’, ma anche l’identità è identificazione – una identificazione che, in una logica relazionale, ritorni all’individuo sotto forma di crescita, di sviluppo, di incremento, rafforzando la stessa identità come identità in divenire, in fieri.
Una società democratica, moderna e libera deve essere tale da poter garantire ad ogni cittadino una adesione ai processi di identificazione che non sia alienante, ossia, in senso hegeliano, priva di un possibile ritorno al sé, ossia al soggetto stesso, come sintesi dell’esperienza sociale e relazionale. Va sottolineata la necessità, dunque, di un rapporto dialettico tra individuo e società, dove la società non prevarichi sulle dinamiche individuali e d’altra parte l’individuo resti aperto alle interferenze costruttive del sociale, senza sentirsi deprivato della propria identità.
L’atomizzazione moderna dell’individuo produce spesso, inoltre, un isolamento che può spingere l’individuo stesso, motivato da una nostalgia delle vecchie etiche comunitarie e da una pulsione naturale alla socializzazione, a rifugiarsi presso comunità di tipo spirituale, esoterico, alternativo capaci di re-immeterlo in nuovi ordini e codici di appartenenza. Sentendosi escluso o in esilio rispetto a forme comunitarie troppo fluide o inesistenti per lui, situazione aggravata anche dalla crisi della famiglia e della pòlis in genere, la spinta inevitabile è quella a ritrovare nuovi luoghi di appartenenza, chiusi, ma proprio per questo più garantiti. D’altra parte, tali esperienze di comunità alternative potrebbero rappresentare anche tappe verso un cammino di individuazione e dunque di identificazione alternativa, che favorirebbe una nuova crescita e una nuova consapevolezza nell’affrontare le sfide di una società difficile e fluida.
Uno degli esempi più attuali della dis-identificazione dell’individuo rispetto ad un insieme comunitario, sul piano politico, riguarda la crisi dei partiti, in quanto luoghi di aggregazione e di riconoscimento del cittadino. I partiti di massa, che erano sorti dopo la rivoluzione francese, per favorire un rapporto più diretto tra cittadino e stato, oggi rischiano di apparire lontani e distanti da un individuo che non trova in loro rappresentanza e rispecchiamento. Potremmo dire che etimologicamente la partecipazione non è più ‘partitica’, con il duplice rischio di una distanza del cittadino rispetto al politico e di avvicinamento populistico e plebiscitario del cittadino stesso alla figura carismatica di turno, capace di parlare direttamente alle masse senza passare attraverso la mediazione delle istituzioni parlamentari. Si tratta di una delle contraddizioni della cosiddetta democrazia diretta, che apparentemente offre ai cittadini la possibilità di una maggiore partecipazione e influenza diretta sul potere, e in pratica si può tradurre in una delega in bianco da parte del cittadino nei confronti di chi lo rappresenta. In questo modo viene smarrita inoltre la funzione di ‘educazione simbolica’, come direbbe la Pitkin, da parte degli eletti nei confronti dei loro elettori. L’astensionismo come malattia cronica delle democrazie occidentali, e in particolare degli Stati Uniti, conferma una situazione di dispersione di identità prive di identificazione politica e quindi di rappresentanza legittimata.
Oggi l’individuo moderno è chiamato dunque a destreggiarsi, in un equilibrio necessariamente precario, in un mare agitato tra due scogli: da una parte lo scoglio obsoleto e anacronistico di una identità forte, assoluta, apolitica, svincolata dal sociale, dall’altra, lo scoglio opposto, di una identificazione alienante, coatta o subita, capace di annullare la personalità autonoma e renderla un semplice ingranaggio nella catena nella macchina sociale. Così come le democrazie si reggono sul precario filo del conflitto tra sicurezza e libertà, allo stesso modo la più grande garanzia per la sopravvivenza stessa di una società, democratica non solo a parole, è l’educazione e la formazione di un cittadino nel quale la coscienza civica si unisce alla capacità di impegnarsi in prima persona ed esporsi né come atomo né come servo ai rischi di una società in continua trasformazione. La forza di aderire alle logiche comunitarie e ai processi di identificazione che esse richiedono è alla fine proporzionale a quella di un individuo consapevole di sé, dei propri diritti e doveri, e soprattutto di una identità inestirpabile. Andrebbe in questo senso sfatato il mito della dicotomia tra individuazione ed identificazione, dal momento che una società libera e democratica si nutre di entrambi questi aspetti e soprattutto di identità capaci di sentirsi cittadini, oltre che individui.

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