Australia: nuova potenza emergente

In vista dell’imminenza del rilancio del contest “Corrispondente MSOI“, il Direttivo ci tiene a mostrarvi alcuni dei lavori tra quelli che sono stati inviati l’anno scorso, complimentandosi con tutti i partecipanti. Riuscirete ad indovinare chi abbia vinto?

Qui di seguito il primo della serie, scritto da Agata Lavorio, dal titolo…

AUSTRALIA: NUOVA POTENZA EMERGENTE

Analizzare oggi la politica estera dell’Australia si pone come un’interessante occasione di studio del nuovo ruolo delle medie potenze in un sistema che ormai sembra tendere sempre più al multipolarismo.
La politica australiana è stata tradizionalmente ancorata alla fedeltà al proprio retaggio anglosassone e all’alleanza con gli Stati Uniti. Dal 2007 ad oggi, sotto i governi di Kevin Russ e Julia Gillard, la politica estera si è sviluppata a partire dalla difesa di alcuni valori etici, come i diritti umani, la cooperazione e la giustizia internazionale; l’Australia era impegnata in una diplomazia di nicchia all’interno dei forum multilaterali, ma priva di una vera e propria concezione di interesse nazionale.
Con l’elezione del 7 settembre 2013 di Tony Abbott, leader delle coalizione formata dal partito Liberale e dal partito Nazionale, si è impressa una svolta – già delineata dal liberale John Howard (al governo dal 1996-2007) e da alcune mosse dei governi laburisti successivi – verso temi legati alla sicurezza nazionale, al prestigio e al rafforzamento dell’economia del paese. Tale cambiamento viene annunciato a chiare lettere già dalla campagna elettorale, durante la quale Abbott aveva scandito lo slogan “more Jakarta, less Geneve”.
L’attenzione verso i paesi limitrofi è aumentata considerevolmente: “Asia’s rise brings many opportunities for Australia” si dichiara nel White Paper del 2013, curato dal Dipartimento della Difesa. In primis l’Indonesia, da sempre considerata un vicino di casa instabile e causa di flussi di migranti approdati sulle coste. L’attenzione verso il paese è confermata dalle rivelazioni di intercettazioni e spionaggio risalenti già al precedente governo: non è un caso che la prima visita all’estero compiuta da Abbott in veste di premier fosse proprio a Jakarta. Canberra, nonostante gli storici attriti e i reciproci sospetti tra i due paesi, punta allo sviluppo di una cooperazione nella lotta al terrorismo e all’intensificarsi di scambi commerciali.
Sempre in Asia, l’Australia ha trovato nel Giappone, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, un partner affidabile, “Australia’s closest friend in Asia”, per usare le parole di Abbott. I due paesi sono legati dal Basic Treaty of Friendship and Cooperation, un trattato di cooperazione in campo culturale e sociale che segnò, nel 1976, l’inizio di un’amicizia duratura. L’Australia ha supportato la candidatura del Giappone come membro permanente del Consiglio di Sicurezza nell’ambito delle riforme delle Nazioni Unite e nel marzo del 2007 i due paesi si sono legati da un’alleanza militare. Per quanto riguarda le relazioni commerciali, il Giappone risulta al secondo posto nelle esportazioni australiane (19%).
Ancora lontana, invece, sembra essere una cooperazione a pieno titolo con l’India – l’Australia non vi esporta uranio, non essendo l’India firmataria del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare – , nonostante entrambi i paesi siano membri di organizzazioni regionali, tra cui East Asia Summit, Asean Regional Forum, ADMM-Plus, Indian Ocean Naval Symposium, Indian Ocean Rim e condividano gli sforzi per la securizzazione delle rotte marittime e la lotta contro la pirateria; entrambi si vedono reciprocamente come possibili nuovi mercati di esportazione. Uno Stato che si prospetta diventare entro il 2025 la terza economia mondiale e il paese più popolato (citando il White Paper) non può essere sottovalutato come partner economico e politico.
Non sorprende, dunque, in un contesto di attiva politica nello scacchiere asiatico, l’avvicinamento economico di Canberra e Pechino. L’Australia è il principale esportatore di materie prime della Cina, con la quale ha stretto un partenariato commerciale. Esporta uranio alla Cina dal 2006, l’anno dell’accordo in cui il primo ministro cinese Wen Jiabao si era recato in visita in Australia. Il volume delle esportazioni è aumentato di dieci volte, circa: si va dai 5,4 miliardi di transazioni del 2001 ai 60 miliardi del 2010. L’Australia ha un surplus di bilancia commerciale di 11 miliardi (40% della produzione mondiale di bauxite, 32% di alluminio, 12% di piombo e titanio, 31% mondiale di uranio ed è al sesto posto per la produzione di diamanti nel mondo) ma si difende dall’acquisto da parte di altri Stati di porzioni troppo ingenti delle proprie industrie minerarie, limitando la partecipazione e le modalità di elezione dei dirigenti. Cosa che si è verificata nel 2009, quando il governo ha posto un forte veto all’acquisto di altre quote del gruppo Rio Tinto da parte del gruppo cinese Chinalco.
Legami sempre più stretti con Pechino, ai quali difficilmente si potrebbe rinunciare dati i profitti economici che ne derivano, rischiano a prima vista di mettere in pericolo i rapporti con lo storico alleato, gli Stati Uniti. Dal 1951, con il patto ANZUS stretto con Nuova Zelanda e Stati Uniti, l’Australia, dopo aver offerto il proprio supporto alla guerra in Giappone alla base americana di Guam, si impegnava a combattere al fianco degli Stati Uniti – cosa accaduta in Vietnam, guerra del Golfo, Afghanistan e Iraq. Il governo australiano aveva inoltre concesso territori per esperimenti nucleari (101 da 1946 al 1962), dimostrandosi, nel complesso, un alleato strategico fondamentale nello scenario asiatico dominato da regimi comunisti. La politica adottata a Barack Obama oggi, abbandonate le mire sul Medio Oriente come testimoniato dall’annuncio del disimpegno, mostra chiaramente un interesse sempre maggiore per l’Asia-Pacifico, dove ancora una volta sembra essere cruciale l’affidamento a un partner di lunga data per una potenza insulare impegnata in fronti distanti e dunque necessitante di stabili basi per i propri contingenti. Dal 2011, infatti, si sono svolti stanziamenti di portata progressiva di marines nel nord del paese e il governo statunitense punta ad ottenere le isole Cocos e la città di Perth come basi per l’Oceano indiano, mentre le Aeronautiche australiane e americane già si impegnano in esercitazioni congiunte. L’importanza dell’alleanza con gli Stati Uniti continua a dimostrarsi un ottimo guadagno per Canberra, in quanto a partire dalla Seconda Guerra Mondiale risulta svolgere una continua funzione di deterrenza nei confronti dei numerosi vicini regionali, politicamente instabili e pericolosi; e tutt’oggi gli Stati Uniti risultano essere inequivocabilmente la prima superpotenza militare a livello mondiale.
In questo campo, l’Australia ha sempre giocato un ruolo attivo per la salvaguardia della stabilità regionale. Il White paper del 2013 testimonia la ferma volontà del governo di impegnarsi per combattere povertà, instabilità politica, effetti disastrosi di cataclismi naturali dei propri minuscoli vicini – i microstati del Pacifico – considerati dall’Australia il proprio “estero vicino”. Gli Stati oceanici sono “vittime” consapevoli della strumentalizzazione da parte degli Stati più forti e dunque fortemente instabili anche per questo motivo: basti citare la continua lotta tra Cina e Taiwan per l’ottenimento di voti che ha visto Nauru, storico alleato di Taipei, passare dalla parte cinese in cambio di 150 milioni di dollari di aiuto allo sviluppo, per poi tornare all’alleanza con Taiwan a seguito delle elezioni politiche, o i pagamenti “cash” del Giappone in seno alla Commissione baleniera, periodicamente denunciati dall’Australia.
Onde evitare la sindrome degli stati falliti, le potenze presenti nel contesto dell’Oceania si impegnano in numerosi forum e organizzazioni regionali. Il forum di discussione del Quad tra Nuova Zelanda, Australia, Stati Uniti e Francia, ad esempio, coordina azioni di cooperazione e di difesa; il Pacific Islands Forum Fisheries Agency organizza col Quad l’operazione annuale Kurukuru contro la pesca illegale; gli accordi FRANZ tra Australia, Nuova Zelanda e Francia sono finalizzati a coordinare le operazioni in caso di catastrofi naturali nelle isole del pacifico (tifoni, tsunami e innalzamento del livello del mare). Il ruolo attivo dell’Australia nel contesto regionale del Pacifico è testimoniato dalla sua partecipazione al Forum delle Isole del Pacifico. Il Forum è stato istituito nel 1971 sotto il nome di Forum del Pacifico del Sud (dal 2000 Forum delle Isole del Pacifico), nato dalla volontà delle isole di affrancarsi dalla Commissione del Pacifico del Sud, uno strumento che istituzionalmente prevedeva un maggiore peso politico alle ex potenze coloniali. Di esso sono membri Nuova Zelanda e Australia, mentre la Polinesia francese e la Nuova Caledonia mantengono uno status di associato e la Banca asiatica assieme alle Nazioni Unite – tra gli altri – sono osservatori. Attraverso questo forum, l’Australia partecipa in chiave di leader all’operazione di sicurezza RAMSI nelle isole Salomone dal 2003.
Uno sforzo particolare nella stabilizzazione del Pacifico è rappresentato da Timor Leste, dove il governo australiano ha inviato una Stabilisation Force a supporto della missione delle Nazioni Unite, a partire dal 2006 fino al 2013, anno di elezioni; l’impegno australiano continua tuttora con alcuni contingenti presenti sul territorio.
Al di là dell’irrinunciabile obiettivo di securizzazione dell’ “estero vicino” in qualità di potenza regionale, la sfida principale del governo Abbott risulta essere l’eventuale scelta tra due partner fondamentali, la Cina e gli Stati Uniti. Il governo attuale punta a non operare una drastica scelta, in nome dell’interesse nazionale derivante da entrambe le relazioni, evitando così di dover rinunciare o al pilastro storico della propria sicurezza o al beneficio economico. Analizziamo, per ipotesi, i due scenari che l’Australia dovrebbe fronteggiare in caso di drastica scelta.
Pechino potrebbe rinunciare a un primato assoluto, tollerando un’Australia militarmente sempre più legata agli Stati Uniti, purché non aggressiva (e tale non pare, in quanto impegnata sul fronte dell’immediato vicinato), e continuare con profitto un partenariato commerciale. Oppure Canberra potrebbe diventare più indipendente dall’alleato americano, libera dal timore del gigante cinese grazie alla lontananza geografica – un dato di fatto che Giappone e Corea del Sud, al contrario, non possono trascurare.
La soluzione ottimale, tuttavia, quella prospettata nel White Paper, sembra essere assumersi un ruolo di mediatore tra le due potenze mondiali. L’Australia non sembra voler venire meno al sostegno statunitense in termini di sicurezza e intelligence nei confronti dei propri vicini e si augura che la Cina sappia operare un opportuno mélange di competizione e collaborazione nei confronti del “nemico” americano. Un possibile impegno in questa direzione potrebbe riguardare la mediazione con Cina, Vietnam, Filippine e Brunei, volto al porre fine alle pretese territoriali di questi stati nel Sud Est asiatico.

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