PAKISTAN: UN NUOVO FRONTE NELLA GUERRA AL TERRORE

Pakistan_ctry_map1_LDal 26 aprile scorso è in atto un’offensiva dell’esercito pakistano nella North West Frontier Province (N.W.F.P.), regione al confine con l’Afghanistan, a causa del susseguirsi di sempre più numerosi e sanguinosi attacchi terroristici dei talebani. Da febbraio, infatti, si sono intensificati gli attacchi sia alla popolazione civile sia ad organi di polizia, nonostante il fatto che proprio a febbraio, in seguito alla sconfitta dell’esercito inviato per contrastare l’attività dei miliziani, sia stato firmato un accordo tra il governo della zona e i talebani. Tale accordo, se da una parte garantiva al governo il “cessate-il-fuoco” generale, dall’altra concedeva l’applicazione della legge islamica, sharia, nei tribunali della regione; come risposta alla violazione dell’accordo, il governo centrale ha disposto un attacco in grande stile: in proporzione dieci soldati per ogni miliziano.

In tutto ciò però Islamabad non ha pensato alla popolazione civile che abita quei luoghi: sono state predisposte delle tendopoli per i rifugiati, ormai arrivati a circa 2.5 milioni, ma queste hanno dei seri problemi organizzativi e logistici: mancano viveri, spazi all’ombra, e soprattutto non possono contenere tutti i profughi e per entrarvi è necessario ottenere un permesso speciale che viene dato da un solo funzionario, quindi all’entrata dei campi si assiste a file immense. Si sopravvive soprattutto grazie ad aiuti forniti dal resto della popolazione: l’UNHCR ha comunicato che “un donatore privato ha fornito farina, zucchero, spezie, tè, legumi e sciroppi, per aiutare circa 2400 persone” e che “una donna si reca ogni fine settimana da Islamabad a Mardan per portare il denaro che raccoglie dai suoi amici nella capitale”.

La stampa locale attacca il governo centrale su più fronti: prima di tutto per quanto riguarda la disorganizzazione nella gestione dell’emergenza rifugiati, facendo presente da una parte che tutto ciò si sarebbe potuto evitare evacuando la popolazione locale prima dell’inizio dell’offensiva militare, dall’altra ricordando le persone, tra le 10 mila e le 20 mila, che sono intrappolate nella zona di guerra e che non riescono ad andarsene perché non hanno i mezzi (sempre secondo l’UNHCR il prezzo di un biglietto per andare da Mingora a Mardan in autobus è triplicato) o perché non ci sono più gli autobus di collegamento, e ipotizza che il malcontento generale, in crescita, possa finire con l’accrescere sia il potere sia le fila dei miliziani.

Questa guerra rientra anche nella nuova strategia americana per risolvere la guerra in Afghanistan, la AfPak strategy, che prevede la regionalizzazione del conflitto, nel senso di coinvolgere nella lotta al terrorismo i paesi confinanti con l’Afghanistan, e, in particolar modo, lo stesso Pakistan, dato che i confini tra i due paesi non sono sicuri e il passaggio di taliban da una parte all’altra avviene con molta frequenza (è recente la notizia che secondo l’intelligence americana Osama bin Laden ora si nasconderebbe in Pakistan). Il comandante in capo dell’esercito americano in Afghanistan, il Generale Petraeus, nei giorni scorsi si è segretamente recato ad Islamabad per rassicurare il governo pakistano, preoccupato che l’eventuale incremento delle truppe USA in Afghanistan, come auspicato dal Presidente degli Stati Uniti Obama, possa far aumentare il passaggio della frontiera tra i due Paesi da parte dei miliziani. Il Gen. Petraeus ha garantito, inoltre, un fondo di 700 milioni di dollari annui fino al 2013 a disposizione del governo di Islamabad per la lotta al terrorismo.

Particolare scalpore ha destato la nuova iniziativa del Pakistan, finanziata anche con il fondo statunitense, di mettere una taglia sulla testa dei più influenti leader talebani (sulla testa di Maulana Falzullah, capo di Tehreek-e-Nafaz-e-Shariat-e-Mohammadi, il gruppo fondamentalista islamico più attivo nella N.W.F.P., è stata posta una taglia di 5 milioni di rupie, presto salita a 50, all’incirca 500 mila euro) suscitando particolari timori sulla sicurezza dei delatori, che, se non adeguatamente protetti dal governo, rischiano la vita.

La guerra ai talebani è da vincere a tutti i costi, come ha sostenuto anche l’amministrazione Obama, attraverso Hillary Clinton, la quale, in missione a Baghdad, ha detto “Una vittoria taliban sull’esercito pakistano è troppo spaventosa per essere presa in considerazione”. È da ricordare, infatti, che il Pakistan ha tra i 60 e i 100 ordigni atomici, e “se i fondamentalisti islamici se ne impadronissero, l’India si sentirebbe minacciata e non resterebbe a guardare. Come escludere una guerra terribile, forse atomica?” ha concluso Richard Perle, ex sottosegretario alla Difesa durante l’amministrazione Bush. Per questa ragione bisogna garantire ad Islamabad mezzi finanziari e militari idonei per combattere i taliban e nel contempo aumentare la pressione sul governo perché si attivi nella lotta al terrorismo, cosa che per ora non ha voluto, più che potuto, fare. Il tema dell’AfPak è al centro del G8 dei Ministri degli Esteri in in corso in questi giorni a Trieste, dove si sta cercando di trovare una soluzione condivisa.

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