Ciclo di Conferenze sulla Criminalità Organizzata

Ciao ragazzi e ragazze!
Siamo tornati con tantissime novità

Siamo lieti di invitarvi a partecipare al ciclo di conferenze sulla Criminalità Organizzata che abbiamo organizzato per il mese di Giugno in collaborazione con Osservatorio sulla Criminalità Organizzata – Cross, Stampo Antimafioso, Unilibera Milano e WikiMafia – Libera Enciclopedia sulle Mafie.

Le due conferenze in programma affronteranno un tema attuale e non poco controverso quale quello della Criminalità Organizzata.

La prima conferenza, intitolata “Affrontare la Criminalità Organizzata Transnazionale. La normativa in ambito nazionale e internazionale” si occuperà della normativa inerente al fenomeno della Criminalità Organizzata Transnazionale su 3 livelli (nazionale, europeo, internazionale).
Essa si terrà giorno 8 GIUGNO dalle ore 16.30 alle 18.30 in Aula 4 presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano.
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La seconda conferenza, intitolata “La mafia italiana all’estero” si occuperà di una tematica più specifica quale quella della criminalità organizzata italiana e delle sue mire espansionistiche verso l’estero e vedrà un focus dettagliato sul fenomeno della ‘ndrangheta in Germania.
Tale conferenza si terrà invece giorno 14 GIUGNO dalle ore 18.30 alle 19.30 in Sala Lauree presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano.
Evento Facebook qui!

Ulteriori dettagli li troverete sulle rispettive pagine degli eventi.

Vi aspettiamo numerosi!

Campagna selfie per le vacanze estive 2015… In attesa della ROMUN!

Vacanze estive

Augurando a tutti buone vacanze, MSOI Milano vi invita a partecipare alla campagna promozionale estiva della ROMUN che si terrà il prossimo ottobre (per maggiori informazioni: http://www.romunsioi.org/ ): dovunque vi troviate, scaricate la cartolina della Romun (dal nostro account Fb o Twitter) e postate la vostra foto taggandoci con l’hashtag #ROMUN2015. Non siate timidi, sappiamo che non lo siete!

A presto!

Stati Uniti d’Europa: li vedremo mai?

Nuova settimana, nuovo articolo scritto da uno dei nostri soci, Leonardo Veneziani, che ci parla di Unione Europea e di un sogno – forse – irraggiungibile.

STATI UNITI D’EUROPA: LI VEDREMO MAI?

L’idea di una vera e propria unione politica dei vari stati presenti sul continente europeo si è fatta sempre più strada specialmente in questi ultimi anni, ma è una concezione (e, talvolta, una speranza) che ha albergato nelle menti di molti personaggi (illustri e non) durante gli ultimi 3 secoli. Si passa da illustri pensatori francesi, inglesi, perfino americani, come George Washington: in una sua lettera al marchese de la Fayette scrisse “Un giorno, sul modello degli Stati Uniti d’America, esisteranno gli Stati Uniti d’Europa”. Perfino Immanuel Kant, nel suo libro “Per la pace perpetua” ipotizzò la nascita e lo sviluppo di un eventuale continente europeo unito; uno dei primi, però, fu Giuseppe Mazzini: patriota e contribuente fondamentale della nascita dell’Italia unita, fondò nel 1834 un’associazione politica internazionale il cui obiettivo era quello di promuovere l’indipendenza dei popoli assoggettati allora al dominio assolutistico, chiamata, per l’appunto, “Giovine Europa”. Concepiva gli Stati Uniti d’Europa come una diretta conseguenza dell’unificazione italiana e come condizione imprescindibile per la pace tra i popoli.
Cavalcando i secoli verso i giorni nostri, altri illustri figure, europee e non, ventilavano l’ipotesi della costituzione di un’Europa unita, come lo scrittore Victor Hugo, Napoleone, Garibaldi, il politico francese Briand, l’economista Keynes, Churchill, fino ad arrivare al primo documento ufficiale nel quale si prefigura la necessità della costituzione di un’Europa libera e federalista: il “Manifesto di Ventotene”.
In questo documento chiave per la storia dell’integrazione europea, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi fanno una descrizione completa e ad ampio raggio della costituzione degli Stati Uniti d’Europa: un’Europa libera, federalista, con un esercito unico, una moneta unica ed una politica estera comune.
Sebbene a 70 anni di distanza dalla pubblicazione del “Manifesto di Ventotene” un’Europa unita non si sia ancora tradotta nel concreto, molte sono le decisioni dei Paesi Membri verso questa possibilità: l’Unione Europea ha molte politiche comuni e spesso l’UE ricorda un unico Stato. Ha un organo esecutivo comune (la Commissione Europea), un solo Alto Rappresentante per la politica estera, una corte suprema (Corte Europea di Giustizia), un Parlamento, un’organizzazione intergovernativa di ricerca, una moneta comune (sebbene non adottata da tutti e 28 i paesi aderenti all’UE); va anche detto, però, che l’Unione Europea non ha un unico esercito, una Costituzione propria (sebbene un progetto fosse in cantiere nel 2003 ma poi abbandonato per il voto contrario di Francia e Paesi Bassi) o un unico sistema di tassazione.
Non tutti però sono a favore di un’unione più stretta di quella che è già esistente: forti travagli interni e sentimenti di opposizione da parte di euroscettici (principalmente nel Regno Unito, ma partiti politici euroscettici sono presenti in quasi tutti i paesi europei, come “Front National” in Francia, “United Kingdom Independence Party” nel Regno Unito, o persino la Lega Nord o il MoVimento 5 Stelle in Italia) hanno dato una battuta d’arresto all’altrettanto forte sentimento europeista. Critica principale mossa dai partiti conservatori all’ipotesi della fondazione degli Stati Uniti d’Europa è la perdita di sovranità, principio cardine che, secondo loro, deve essere rispettato: il termine “Stati Uniti d’Europa” già implica in sé che il modello sono gli Stati Uniti d’America, denominazione che include il fatto che gli stati che vi apparterranno perderanno la propria sovranità nazionale. Gli euroscettici dei paesi che hanno adottato l’euro hanno già mal digerito il boccone amaro della perdita della sovranità monetaria, molto probabilmente non vorranno riprovare lo stesso gusto, magari condito anche di adottamento di politiche unitarie.
Altro grande impedimento alla prospettiva di un’unione politica è il fenomeno sempre crescente dell’euroscetticismo. Esso è più alto in Francia, Grecia, Spagna e Regno Unito. L’Italia è 49 % euroscettica. Sono più euroscettici i tedeschi (57%). I più europeisti sono i paesi in Europa Orientale e Estonia e Lettonia.
Le forze euroscettiche nel sud Europa sono più vicini alla sinistra mentre al nord più alla destra fino ad arrivare alla xenofobia. Nel Regno Unito ed in Ungheria governano partiti euroscettici: i conservatori e Viktor Orbàn.
In Grecia è nata Syriza: un movimento pieno di differenze al proprio interno (marxisti, anarchici, centristi) ma unito dalla condivisione di una necessità di rivedere il rapporto con l’Unione Europea. Esso è il maggiore partito di opposizione e forse primo partito, che punta a conquistare spazio a sinistra ed a vincere le prossime elezioni. Poi ci sono i Greci indipendenti (10%), di centrodestra, una costola di Nuova Democrazia (il centrodestra tradizionale guidato dal premier Samaras). Poi c’è Alba dorata, movimento di matrice neonazista e che trova base sociale nella frange in cui ha lasciato il segno il regime militare greco (’67-’74). Trova infatti consensi, ad esempio, tra i poliziotti e le frangi militari. Il MoVimento 5 Stelle affascina questa parte dell’arco parlamentare greco.
La forza più antieuropeista (eurofobico) è, però, lo United Kingdom Indipendence Party che ha conquistato alle europee 11 eurodeputati, tra cui il suo leader ed ottimo oratore Nigel Farrage. Questo partito politico sta continuamente guadagnando consensi, sia a livello locale che nazionale. Oggi il Regno Unito ha approvato misure per limitare anche le migrazioni dall’Europa verso il paese. Nonostante tutto, il Regno Unito non tifa per la fine dell’euro a causa delle eventuali conseguenze economiche che verrebbero causate dal suo collasso, disastro che influenzerebbe molto profondamente anche la sterlina britannica a causa dei rapporti sia commerciali che finanziari. Il benessere dell’euro è condizione per il benessere inglese. Gli scozzesi, d’altro canto, sono decisamente più eurofili dei propri compatrioti inglesi.
Fa notizia la nascita di un partito dichiaratamente euroscettico, Alternativa per la Germania. Un nome polemico verso lo slogan della Merkel sull’euro: no alternativa. Lo animano un gruppo di economisti, politici, tra cui ex ministri e l’ex presidente dell’IBM tedesca. In generale le forze politiche tedesche sono europeiste (CDU, SPD, FDP, Grüne). Vi è poi una forza in parlamento (i pirati, un partito che i giornalisti locali danno per autodistrutto) simile a SEL, contraria alla conduzione europea odierna e che ha votato contro il Fiscal Compact ma che non è antieuropea.
Il partito dei Finlandesi veri, altro partito euroscettico, ha raggiunto alle ultime elezioni il 18% dei voti, affermandosi come terzo partito. Si colloca al centrosinistra. Ricomprendere però Orbàn e Fidesz tra gli euroscettici è un po’ una forzatura. Non vogliono infatti tornare indietro e non vogliono indire alcun referendum sull’UE. La maggioranza non mette in discussione l’appartenenza all’UE, ed Orbàn cerca di ottenere il massimo dall’UE non volendo interferenze europee nella politica interna. È molto autoritario e ricorda figure autoritarie del passato ungherese, come Horthy. Più che di euro scetticismo vi è euro indifferenza. Effettivamente antieuropeo è lo Iopic, movimento razzista quotato intorno al 11-12%, antiebraico e antirom. L’euro è nato nella convinzione che non sarebbe bastato vista l’assenza di una politica fiscale unificata e senza una maggiore omogeneità nelle economie nazionali. Le velocità sono diverse. Vi sono tre gruppi di Stati: nord, sud e i nuovi entrati da poco.
Nei paesi europei le leggi elettorali maggioritarie limitano le forze euroscettiche, ma la legge per il Parlamento Europeo è proporzionale.
Al seguito del voto contrario alla Costituzione Europea da parte di Francia e Paesi Bassi, l’ex Primo Ministro belga Guy Verhofstadt ed attuale presidente del gruppo “Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa” al Parlamento Europeo, scrisse un libro intitolato “Stati Uniti d’Europa” nel quale sostenne che la metà dei cittadini europei vuole più Europa, e non il contrario. Secondo lui solo gli stati che vogliono un’Europa federale dovrebbero far parte di un’Europa federale, senza obbligare nessuno: essa dovrebbe nascere in seno all’Unione Europea e legiferare in maniera federale nelle sfere economico-sociali, politiche, della giustizia, della cooperazione, della sicurezza etc.
Vi sono più previsioni a riguardo di una futura unione più stretta tra i paesi europei, a cominciare da quelle economiche e politiche. Si stima che gli Stati Uniti d’Europa eguaglierebbero se non addirittura supererebbero il peso politico degli Stati Uniti d’America, gareggiando così per il primo posto di superpotenza mondiale. I principali motivi per cui gli Stati Uniti d’Europa andrebbero a rivaleggiare con gli Stati Uniti d’America sarebbero diversi: la grande popolazione europea, l’ampia economia europea, la bassa inflazione, il clima internazionale favorevole, la posizione nello scacchiere internazionale, l’impopolarità ed il fallimento della politica estera americane recente.
Altre teorie sostengono invece che gli Stati Uniti d’Europa diverrebbero una potenza marginale principalmente perché diverrebbe una potenza subalterna agli USA ed anche perché non ha un organo direttivo che decida le principali questioni per tutti.
Molti scrittori di fantascienza, molti politici, scienziati, politologi, hanno delineato e stanno tutt’ora delineando ciò che dovrebbero essere, in futuro, gli Stati Uniti d’Europa. Ora la loro realizzazione dipende solo dalla volontà degli stati europei a collaborare ed a creare un’Europa unita. La domanda che tutti i più europeisti si fanno è: faremo in tempo a vederla?

Il Cittadino moderno tra identità e identificazione

Buona domenica a tutti, che siate soci, amici, simpatizzanti o nemici. Oggi vi proponiamo un secondo saggio tra quelli che hanno partecipato al concorso “Corrispondente MSOI” dell’anno scorso (2014). Valentina Caracci qui ci parla del cittadino moderno e dei suoi tentativi di “equilibrismo”. Enjoy it!

 

IL CITTADINO MODERNO TRA IDENTITA’ E IDENTIFICAZIONE

Una delle caratteristiche principali della modernità (o post-modernità) è certamente la perdita di identità intesa come identificazione o appartenenza dell’individuo ad una comunità, in un mondo dove invece sembra prevalere il senso di individuazione e distacco critico della persona da tutti quei gruppi sociali, politici, religiosi che un tempo erano proprio quelli dove l’individuo stesso esprimeva, ed entro i quali si modellava, la sua personalità.
L’influenza del mercato e della sua ‘nuova etica a-morale’ basata su un calcolo utilitaristico di costi-benefici, ha fatto sì infatti che il senso della collettività venisse meno. Ciò avviene perché il gruppo costa all’individuo razionale, il quale infatti, come Olson sostiene nella sua teoria del freerider, tenderà a non partecipare all’azione collettiva che comporta per lui dei sacrifici, considerati economicamente ‘irrazionali’. Solo laddove l’individuo saprà di ottenere degli ‘incentivi selettivi’ per aver partecipato all’azione collettiva, egli troverà conveniente prendere parte alla stessa.
L’homo economicus dunque tende a perseguire degli obiettivi egoistici e si preoccuperà della collettività solo quando l’interesse generale coincide con quello particolare, come avviene ad esempio all’interno delle Spa o nei gruppi di pressione legati all’industria.
In questo senso il mondo attuale si caratterizza per una sorta di ‘atomizzazione sociale’, dove tanti individui perseguono i propri personali obiettivi vivendosi da una parte come soggetti svincolati da reti sociali normativamente impegnative, dall’altra come membri di una comunità indeterminata, senza frontiere e non nettamente demarcata. Il fenomeno della globalizzazione tende ad accentuare questo meccanismo di dispersione della personalità dell’individuo, come soggetto insieme individuato e integrato, sciogliendo ed abbattendo i confini che un tempo garantivano una omogeneità di comportamenti e di attese e insieme un senso di appartenenza capace di cementare e rafforzare la struttura identitaria. In questo senso, la dispersione dell’individuo, come soggetto autonomo e indipendente, risente di quella che Baumann definisce ‘società liquida’, ovvero mondo fondato sulla liquefazione dei legami sociali. L’assenza di un rigido normativismo valoriale e di legami sociali forti si accentua all’interno inoltre di un universo dominato dalla fluidità del libero mercato, che non conosce limiti né norme rigide di carattere morale, a parte quelle -non
controllabili né pianificabili- dell’economia. Il concetto di società liquida può essere tanto ribadito nel suo versante positivo, cioè di liberalizzazione dei rapporti svincolati da ogni tipo di normativismo religioso, politico ed etico-sociale, quanto nel suo versante negativo e per certi aspetti anche preoccupante, di anti-valore che espropria l’individuo dalla sua stessa autonomia di scelte e comportamenti, e lo abbandona all’onda di eventi e di circostanze più grandi di lui e in pratica incontrollabili. In questo secondo senso la conquista dell’autonomia individuale può nascondere in realtà l’impotenza dell’individuo come disaffezione rispetto alla possibilità di agire sul mondo e trasformarlo in una dimensione umana e non alienata.
Quanto più una società, come quelle arcaiche, è fondata su un orizzonte di precisi valori politici, religiosi o etico-sociali, tanto meno l’individuo si pone il problema dell’identità intesa come individuazione. Al contrario, una società aperta e liberale come quella moderna, espone l’individuo ad una maggiore instabilità che costituisce il prezzo stesso pagato per godere di maggiore libertà. Secondo Popper, i ‘nemici della libertà’ sono quelli stessi che, eticamente o politicamente, vorrebbero ritornare ad un tipo di società chiusa e permanentemente stabile. Lo stesso Freud, ne ‘Il disagio della civiltà’ sottolinea il prezzo che l’individuo moderno deve pagare nel ‘barattare’ una fetta di libertà in nome di una maggiore sicurezza. All’interno di una società libertaria e liberale come quella attuale l’individuo si trova a fare quindi i conti con una angoscia esistenziale dovuta all’assenza di vincoli e all’infinità di possibilità. Infatti all’interno di una società chiusa caratterizzata da un ‘monoteismo’ valoriale, l’individuo si sente più sicuro che all’interno di un sistema aperto, caratterizzato da un ‘politeismo’ delle scelte etiche e da un ‘policentrismo’ dei luoghi dell’identificazione. In altre parole, l’identità, nella società moderna, è esposta ad una proliferazione di scelte possibili e di processi di identificazione che può generare da una parte un senso di libertà diffusa e dall’altra, invece, un senso di ansia, angoscia e spaesamento.
D’altra parte noi dovremmo essere oggi all’altezza, per citare Erich Fromm, del nostro inevitabile rischio di ‘paura della libertà’. Questo è un rischio che ogni democrazia può e deve correre, così come ogni forma politica non totalitaria, cioè non basata su uno o pochi luoghi di identificazione, deve garantire. Come direbbe Bobbio, non esiste una democrazia perfetta (Dahl parlerebbe di poliarchia) ed è preferibile per un cittadino moderno correre i rischi connessi alla democrazia liberale di una società aperta, che trovare rifugio nella sicurezza -ad alto costo di libertà- di una società totalitaria o non democratica.
L’individuo moderno deve recuperare una dimensione sociale e comunitaria, da animale politico in senso aristotelico, ridimensionando una struttura forte, egocentrica e autocentrata dell’individuo. A maggior ragione questo ritrovare in sé una dimensione sociale ha senso nel quadro di una partecipazione all’interno di una società non più vissuta come la società degli altri, come esterna rispetto all’ego. Si potrebbe parlare anche del recupero di una identità politica, dove l’identificazione nel sociale o nello stato, non fa correre al soggetto il rischio dell’alienazione, in quanto si tratta di essere fibre dello stesso tessuto di cui siamo parte. Infondo, essere liberi, come diceva Gaber, è incompatibile con una società di individui non-partecipativi, ossia di atomi in guerra gli uni con gli altri come dello stato di natura di Hobbes. Nessuno nasce già individuo, nessuno nasce già con una propria identità e, a partire dall’educazione in famiglia, l’identità resta
qualcosa che si costruisce attraverso l’interazione psicologica e sociale: l’identità è una ‘costruzione sociale’. In questo senso non solo la libertà è partecipazione’, ma anche l’identità è identificazione – una identificazione che, in una logica relazionale, ritorni all’individuo sotto forma di crescita, di sviluppo, di incremento, rafforzando la stessa identità come identità in divenire, in fieri.
Una società democratica, moderna e libera deve essere tale da poter garantire ad ogni cittadino una adesione ai processi di identificazione che non sia alienante, ossia, in senso hegeliano, priva di un possibile ritorno al sé, ossia al soggetto stesso, come sintesi dell’esperienza sociale e relazionale. Va sottolineata la necessità, dunque, di un rapporto dialettico tra individuo e società, dove la società non prevarichi sulle dinamiche individuali e d’altra parte l’individuo resti aperto alle interferenze costruttive del sociale, senza sentirsi deprivato della propria identità.
L’atomizzazione moderna dell’individuo produce spesso, inoltre, un isolamento che può spingere l’individuo stesso, motivato da una nostalgia delle vecchie etiche comunitarie e da una pulsione naturale alla socializzazione, a rifugiarsi presso comunità di tipo spirituale, esoterico, alternativo capaci di re-immeterlo in nuovi ordini e codici di appartenenza. Sentendosi escluso o in esilio rispetto a forme comunitarie troppo fluide o inesistenti per lui, situazione aggravata anche dalla crisi della famiglia e della pòlis in genere, la spinta inevitabile è quella a ritrovare nuovi luoghi di appartenenza, chiusi, ma proprio per questo più garantiti. D’altra parte, tali esperienze di comunità alternative potrebbero rappresentare anche tappe verso un cammino di individuazione e dunque di identificazione alternativa, che favorirebbe una nuova crescita e una nuova consapevolezza nell’affrontare le sfide di una società difficile e fluida.
Uno degli esempi più attuali della dis-identificazione dell’individuo rispetto ad un insieme comunitario, sul piano politico, riguarda la crisi dei partiti, in quanto luoghi di aggregazione e di riconoscimento del cittadino. I partiti di massa, che erano sorti dopo la rivoluzione francese, per favorire un rapporto più diretto tra cittadino e stato, oggi rischiano di apparire lontani e distanti da un individuo che non trova in loro rappresentanza e rispecchiamento. Potremmo dire che etimologicamente la partecipazione non è più ‘partitica’, con il duplice rischio di una distanza del cittadino rispetto al politico e di avvicinamento populistico e plebiscitario del cittadino stesso alla figura carismatica di turno, capace di parlare direttamente alle masse senza passare attraverso la mediazione delle istituzioni parlamentari. Si tratta di una delle contraddizioni della cosiddetta democrazia diretta, che apparentemente offre ai cittadini la possibilità di una maggiore partecipazione e influenza diretta sul potere, e in pratica si può tradurre in una delega in bianco da parte del cittadino nei confronti di chi lo rappresenta. In questo modo viene smarrita inoltre la funzione di ‘educazione simbolica’, come direbbe la Pitkin, da parte degli eletti nei confronti dei loro elettori. L’astensionismo come malattia cronica delle democrazie occidentali, e in particolare degli Stati Uniti, conferma una situazione di dispersione di identità prive di identificazione politica e quindi di rappresentanza legittimata.
Oggi l’individuo moderno è chiamato dunque a destreggiarsi, in un equilibrio necessariamente precario, in un mare agitato tra due scogli: da una parte lo scoglio obsoleto e anacronistico di una identità forte, assoluta, apolitica, svincolata dal sociale, dall’altra, lo scoglio opposto, di una identificazione alienante, coatta o subita, capace di annullare la personalità autonoma e renderla un semplice ingranaggio nella catena nella macchina sociale. Così come le democrazie si reggono sul precario filo del conflitto tra sicurezza e libertà, allo stesso modo la più grande garanzia per la sopravvivenza stessa di una società, democratica non solo a parole, è l’educazione e la formazione di un cittadino nel quale la coscienza civica si unisce alla capacità di impegnarsi in prima persona ed esporsi né come atomo né come servo ai rischi di una società in continua trasformazione. La forza di aderire alle logiche comunitarie e ai processi di identificazione che esse richiedono è alla fine proporzionale a quella di un individuo consapevole di sé, dei propri diritti e doveri, e soprattutto di una identità inestirpabile. Andrebbe in questo senso sfatato il mito della dicotomia tra individuazione ed identificazione, dal momento che una società libera e democratica si nutre di entrambi questi aspetti e soprattutto di identità capaci di sentirsi cittadini, oltre che individui.

Australia: nuova potenza emergente

In vista dell’imminenza del rilancio del contest “Corrispondente MSOI“, il Direttivo ci tiene a mostrarvi alcuni dei lavori tra quelli che sono stati inviati l’anno scorso, complimentandosi con tutti i partecipanti. Riuscirete ad indovinare chi abbia vinto?

Qui di seguito il primo della serie, scritto da Agata Lavorio, dal titolo…

AUSTRALIA: NUOVA POTENZA EMERGENTE

Analizzare oggi la politica estera dell’Australia si pone come un’interessante occasione di studio del nuovo ruolo delle medie potenze in un sistema che ormai sembra tendere sempre più al multipolarismo.
La politica australiana è stata tradizionalmente ancorata alla fedeltà al proprio retaggio anglosassone e all’alleanza con gli Stati Uniti. Dal 2007 ad oggi, sotto i governi di Kevin Russ e Julia Gillard, la politica estera si è sviluppata a partire dalla difesa di alcuni valori etici, come i diritti umani, la cooperazione e la giustizia internazionale; l’Australia era impegnata in una diplomazia di nicchia all’interno dei forum multilaterali, ma priva di una vera e propria concezione di interesse nazionale.
Con l’elezione del 7 settembre 2013 di Tony Abbott, leader delle coalizione formata dal partito Liberale e dal partito Nazionale, si è impressa una svolta – già delineata dal liberale John Howard (al governo dal 1996-2007) e da alcune mosse dei governi laburisti successivi – verso temi legati alla sicurezza nazionale, al prestigio e al rafforzamento dell’economia del paese. Tale cambiamento viene annunciato a chiare lettere già dalla campagna elettorale, durante la quale Abbott aveva scandito lo slogan “more Jakarta, less Geneve”.
L’attenzione verso i paesi limitrofi è aumentata considerevolmente: “Asia’s rise brings many opportunities for Australia” si dichiara nel White Paper del 2013, curato dal Dipartimento della Difesa. In primis l’Indonesia, da sempre considerata un vicino di casa instabile e causa di flussi di migranti approdati sulle coste. L’attenzione verso il paese è confermata dalle rivelazioni di intercettazioni e spionaggio risalenti già al precedente governo: non è un caso che la prima visita all’estero compiuta da Abbott in veste di premier fosse proprio a Jakarta. Canberra, nonostante gli storici attriti e i reciproci sospetti tra i due paesi, punta allo sviluppo di una cooperazione nella lotta al terrorismo e all’intensificarsi di scambi commerciali.
Sempre in Asia, l’Australia ha trovato nel Giappone, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, un partner affidabile, “Australia’s closest friend in Asia”, per usare le parole di Abbott. I due paesi sono legati dal Basic Treaty of Friendship and Cooperation, un trattato di cooperazione in campo culturale e sociale che segnò, nel 1976, l’inizio di un’amicizia duratura. L’Australia ha supportato la candidatura del Giappone come membro permanente del Consiglio di Sicurezza nell’ambito delle riforme delle Nazioni Unite e nel marzo del 2007 i due paesi si sono legati da un’alleanza militare. Per quanto riguarda le relazioni commerciali, il Giappone risulta al secondo posto nelle esportazioni australiane (19%).
Ancora lontana, invece, sembra essere una cooperazione a pieno titolo con l’India – l’Australia non vi esporta uranio, non essendo l’India firmataria del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare – , nonostante entrambi i paesi siano membri di organizzazioni regionali, tra cui East Asia Summit, Asean Regional Forum, ADMM-Plus, Indian Ocean Naval Symposium, Indian Ocean Rim e condividano gli sforzi per la securizzazione delle rotte marittime e la lotta contro la pirateria; entrambi si vedono reciprocamente come possibili nuovi mercati di esportazione. Uno Stato che si prospetta diventare entro il 2025 la terza economia mondiale e il paese più popolato (citando il White Paper) non può essere sottovalutato come partner economico e politico.
Non sorprende, dunque, in un contesto di attiva politica nello scacchiere asiatico, l’avvicinamento economico di Canberra e Pechino. L’Australia è il principale esportatore di materie prime della Cina, con la quale ha stretto un partenariato commerciale. Esporta uranio alla Cina dal 2006, l’anno dell’accordo in cui il primo ministro cinese Wen Jiabao si era recato in visita in Australia. Il volume delle esportazioni è aumentato di dieci volte, circa: si va dai 5,4 miliardi di transazioni del 2001 ai 60 miliardi del 2010. L’Australia ha un surplus di bilancia commerciale di 11 miliardi (40% della produzione mondiale di bauxite, 32% di alluminio, 12% di piombo e titanio, 31% mondiale di uranio ed è al sesto posto per la produzione di diamanti nel mondo) ma si difende dall’acquisto da parte di altri Stati di porzioni troppo ingenti delle proprie industrie minerarie, limitando la partecipazione e le modalità di elezione dei dirigenti. Cosa che si è verificata nel 2009, quando il governo ha posto un forte veto all’acquisto di altre quote del gruppo Rio Tinto da parte del gruppo cinese Chinalco.
Legami sempre più stretti con Pechino, ai quali difficilmente si potrebbe rinunciare dati i profitti economici che ne derivano, rischiano a prima vista di mettere in pericolo i rapporti con lo storico alleato, gli Stati Uniti. Dal 1951, con il patto ANZUS stretto con Nuova Zelanda e Stati Uniti, l’Australia, dopo aver offerto il proprio supporto alla guerra in Giappone alla base americana di Guam, si impegnava a combattere al fianco degli Stati Uniti – cosa accaduta in Vietnam, guerra del Golfo, Afghanistan e Iraq. Il governo australiano aveva inoltre concesso territori per esperimenti nucleari (101 da 1946 al 1962), dimostrandosi, nel complesso, un alleato strategico fondamentale nello scenario asiatico dominato da regimi comunisti. La politica adottata a Barack Obama oggi, abbandonate le mire sul Medio Oriente come testimoniato dall’annuncio del disimpegno, mostra chiaramente un interesse sempre maggiore per l’Asia-Pacifico, dove ancora una volta sembra essere cruciale l’affidamento a un partner di lunga data per una potenza insulare impegnata in fronti distanti e dunque necessitante di stabili basi per i propri contingenti. Dal 2011, infatti, si sono svolti stanziamenti di portata progressiva di marines nel nord del paese e il governo statunitense punta ad ottenere le isole Cocos e la città di Perth come basi per l’Oceano indiano, mentre le Aeronautiche australiane e americane già si impegnano in esercitazioni congiunte. L’importanza dell’alleanza con gli Stati Uniti continua a dimostrarsi un ottimo guadagno per Canberra, in quanto a partire dalla Seconda Guerra Mondiale risulta svolgere una continua funzione di deterrenza nei confronti dei numerosi vicini regionali, politicamente instabili e pericolosi; e tutt’oggi gli Stati Uniti risultano essere inequivocabilmente la prima superpotenza militare a livello mondiale.
In questo campo, l’Australia ha sempre giocato un ruolo attivo per la salvaguardia della stabilità regionale. Il White paper del 2013 testimonia la ferma volontà del governo di impegnarsi per combattere povertà, instabilità politica, effetti disastrosi di cataclismi naturali dei propri minuscoli vicini – i microstati del Pacifico – considerati dall’Australia il proprio “estero vicino”. Gli Stati oceanici sono “vittime” consapevoli della strumentalizzazione da parte degli Stati più forti e dunque fortemente instabili anche per questo motivo: basti citare la continua lotta tra Cina e Taiwan per l’ottenimento di voti che ha visto Nauru, storico alleato di Taipei, passare dalla parte cinese in cambio di 150 milioni di dollari di aiuto allo sviluppo, per poi tornare all’alleanza con Taiwan a seguito delle elezioni politiche, o i pagamenti “cash” del Giappone in seno alla Commissione baleniera, periodicamente denunciati dall’Australia.
Onde evitare la sindrome degli stati falliti, le potenze presenti nel contesto dell’Oceania si impegnano in numerosi forum e organizzazioni regionali. Il forum di discussione del Quad tra Nuova Zelanda, Australia, Stati Uniti e Francia, ad esempio, coordina azioni di cooperazione e di difesa; il Pacific Islands Forum Fisheries Agency organizza col Quad l’operazione annuale Kurukuru contro la pesca illegale; gli accordi FRANZ tra Australia, Nuova Zelanda e Francia sono finalizzati a coordinare le operazioni in caso di catastrofi naturali nelle isole del pacifico (tifoni, tsunami e innalzamento del livello del mare). Il ruolo attivo dell’Australia nel contesto regionale del Pacifico è testimoniato dalla sua partecipazione al Forum delle Isole del Pacifico. Il Forum è stato istituito nel 1971 sotto il nome di Forum del Pacifico del Sud (dal 2000 Forum delle Isole del Pacifico), nato dalla volontà delle isole di affrancarsi dalla Commissione del Pacifico del Sud, uno strumento che istituzionalmente prevedeva un maggiore peso politico alle ex potenze coloniali. Di esso sono membri Nuova Zelanda e Australia, mentre la Polinesia francese e la Nuova Caledonia mantengono uno status di associato e la Banca asiatica assieme alle Nazioni Unite – tra gli altri – sono osservatori. Attraverso questo forum, l’Australia partecipa in chiave di leader all’operazione di sicurezza RAMSI nelle isole Salomone dal 2003.
Uno sforzo particolare nella stabilizzazione del Pacifico è rappresentato da Timor Leste, dove il governo australiano ha inviato una Stabilisation Force a supporto della missione delle Nazioni Unite, a partire dal 2006 fino al 2013, anno di elezioni; l’impegno australiano continua tuttora con alcuni contingenti presenti sul territorio.
Al di là dell’irrinunciabile obiettivo di securizzazione dell’ “estero vicino” in qualità di potenza regionale, la sfida principale del governo Abbott risulta essere l’eventuale scelta tra due partner fondamentali, la Cina e gli Stati Uniti. Il governo attuale punta a non operare una drastica scelta, in nome dell’interesse nazionale derivante da entrambe le relazioni, evitando così di dover rinunciare o al pilastro storico della propria sicurezza o al beneficio economico. Analizziamo, per ipotesi, i due scenari che l’Australia dovrebbe fronteggiare in caso di drastica scelta.
Pechino potrebbe rinunciare a un primato assoluto, tollerando un’Australia militarmente sempre più legata agli Stati Uniti, purché non aggressiva (e tale non pare, in quanto impegnata sul fronte dell’immediato vicinato), e continuare con profitto un partenariato commerciale. Oppure Canberra potrebbe diventare più indipendente dall’alleato americano, libera dal timore del gigante cinese grazie alla lontananza geografica – un dato di fatto che Giappone e Corea del Sud, al contrario, non possono trascurare.
La soluzione ottimale, tuttavia, quella prospettata nel White Paper, sembra essere assumersi un ruolo di mediatore tra le due potenze mondiali. L’Australia non sembra voler venire meno al sostegno statunitense in termini di sicurezza e intelligence nei confronti dei propri vicini e si augura che la Cina sappia operare un opportuno mélange di competizione e collaborazione nei confronti del “nemico” americano. Un possibile impegno in questa direzione potrebbe riguardare la mediazione con Cina, Vietnam, Filippine e Brunei, volto al porre fine alle pretese territoriali di questi stati nel Sud Est asiatico.