Pubblicato da: Neliana | luglio 2, 2009

Questione di prospettiva

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“Il problema del burqa non è una questione che investe la religione ma la dignità delle donne: è il simbolo di asservimento e sottomissione”. Così Nicolas Sarkozy in un discorso definito “un momento importante” dallo stesso presidente francese intervenuto di fronte alle due camere del parlamento riunite a Versailles, ha affermato che “il burqa non sarà mai il benvenuto nella nostra repubblica francese”, “non è un problema religioso, ma di libertà”.
Il discorso ha scosso l’opinione pubblica islamica e diviso quella francese, poiché il problema di tolleranza di questo  “strumento infernale”, secondo le opinioni essenzialmente occidentali, traccia un incerto confine fra spirito di tolleranza, integrazione e difesa dell’identità nazionale minacciata, e anche fra obbligo e scelta, come ha ricordato in parecchie occasioni l’iraniana premio Nobel Shirin Ebadi.


Il burqa è in realtà un problema antico quanto l’indumento stesso, derivato da una lettura quasi ai confini dell’irreale, proveniente dalla reintroduzione a pieno titolo della sharīa, in cui le norme del Corano sono interpretate e applicate in maniera più rigida e rigorosa. E’ proprio lì che le donne non vivono una situazione egualitaria in termini di libertà, e sono considerate a un livello inferiore rispetto all’uomo, secondo il principio guida che stabilisce che gli uomini sono preposti alle donne “perché Dio ha prescelto alcuni esseri sugli altri e perché essi donano dei loro beni per mantenerle”. Un occhio non eccessivamente troppo critico potrebbe carpire i forti limiti derivanti da affermazioni del genere, e inoltre quanti diritti  assol
uti sanciti dalle supreme Carte dei diritti fondamentali si stanno ledendo, giacché mettono in discussione la parità tra sessi sancita proprio dalla Dichiarazione Universale, ma in effetti stilate da prospettive occidentali in netta contrapposizione con la loro visione. E’ comunque inutile dire che il burqa è il connubio perfetto fra simbolico e paradossale dal nostro punto di vista: in pratica la donna, finché rimane in famiglia è sottoposta all’autorità del padre e dopo, quando si sposa, passa sotto l’autorità del marito. A complicare le cose è il versetto 31 della sura della Luce che prescrive che “le credenti abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne, non mostrino troppo le loro parti belle ad altri che agli uomini della famiglia e non battano i piedi sì da mostrare le loro parti nascoste”. Secondo un’usanza che è precedente al Corano questo versetto proibirebbe alle donne di mostrare il volto e quindi avrebbe giustificato l’uso oggi in certi Stati islamici di vesti che coprono interamente il viso e circa il divieto altresì di ballare in pubblico.
Ma secondo il famoso islamologo Bernard Godard “alcune sono obbligate, ma per lo più lo fanno volontariamente”, ed è proprio lì che sta la difficoltà della materia: è così netta la linea che separa la costrizione dalla libera scelta?

Casi d’imposizioni, violenze e intimidazioni sono, in effetti, purtroppo molto frequenti, tanto che proprio la nostra legge in previsione di ciò recita: “In Italia non si pongono restrizioni all’abbigliamento della persona, purché liberamente scelto, e non lesivo della sua dignità”. Non c’è che dire, il concetto sembra esaustivo ma non completamente, infatti, quello del burqa è un vero e proprio vaso di pandora. Si parla sempre d’immagine, anche nel caso delle occidentali scaraventate in copertina senza veli, ove imposto, alla mercé di un mercato che è paragonabile quasi a quello strumento maledetto che è il burqa: non si tratta sempre d’immorale fanatismo? Non c’è differenza quindi tra le occidentali e le afgane, siamo comunque schiave dell’immagine che l’uomo ha di noi con l’unica differenza che il talebano non ha una vera e propria immagine della donna: a lui basta solo cancellarne l’immagine attraverso quell’indumento tanto criticato da Sarkozy che lede la dignità, mortifica il corpo della donna, costringendola a vergognarsene. Nella prospettiva occidentale invece, a muovere è semplicemente un mercato fanatico che tratta la donna come la merce di scambio, che la costringe il più delle volte a calpestare la sua dignità per qualche briciolo di visibilità. Dunque le protagoniste provengono da due schieramenti culturalmente diversi, ma la trama sostanzialmente è la stessa!

Neliana Pollari


Risposte

  1. Ammetto Neliana che se il tuo obiettivo era indurre i lettori a riflette, beh, con mé, ci sei proprio riuscita. I due termini di paragone che hai adottato -burqa versus nudità ostentata- riportano davanti agli occhi, dalla più giusta prospettiva, un tema che sfortunatamente merita ancora di essere affrontato: la condizione femminile.
    Qui ho scritto qualche mia considerazione:
    http://vocifero.it/2009/07/09/questione-di-prospettiva/#more-260

    • Sembra quasi un circolo vizioso- più si cerca d’imporre la nostra visione, il nostro punto di vista, più risulterà un’imposizione al pari dell’imposizione del burqa. Sono perfettamente d’accordo che riusciremo ad uscire da questo circolo solo quando verranno rispettate realmente le scelte di ciascuno, ma a questo punto l’unico ostacolo che si frappone è quel senso di civiltà, educazione , che spesso manca. Molte donne non sono realmente libere di scegliere, e non hanno neppure gli strumenti adatti a tutelarsi ed è solo lì che l’Occidente può permettersi d’intervenire, solo dopo però che riusciremo a civilizzare anche le nostre visioni della donna oggetto. Non possiamo permetterci ancora di “predicare bene e razzolare male”


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