

Berlin 1989 – Palestine?
Una delle tante scritte che è possibile notare subito dopo aver passato uno dei numerosi Checkpoint che affollano tutto il territorio palestinese e parte di Gerusalemme, scolpita proprio davanti agli occhi di chi oltrepassa quella “Linea verde”, che un tempo doveva tracciare il confine del territorio palestinese. Ormai è diventato il simbolo della vergogna, oltraggio alla dignità di ogni uomo e di ciascuna “Carta Fondamentale dei Diritti dell’uomo” stipulata negli ultimi secoli. Per gli israeliani è uno “strumento di sicurezza”, grazie al quale negli ultimi anni sono diminuiti gli attentati, per i palestinesi invece quel muro simboleggia la loro presunta “inferiorità” rispetto ad un’altra razza; uno di loro mi ha confidato che vorrebbe svegliarsi un giorno, aprire la finestra e non vedere più quello scempio che impedisce l’accesso per i palestinesi a qualsiasi città israeliana se non si è muniti di uno speciale permesso, e solo dopo un’opportuna registrazione delle impronte digitali. Un’altra palestinese cristiana di Bayt Sahur si commuoveva raccontandomi di quanta invidia prova vedendo i pellegrini di tutto il mondo che vanno a pregare in Terra Santa e per lei, che ci vive, è assolutamente impossibile visitare o pregare a Gerusalemme.
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Dal 26 aprile scorso è in atto un’offensiva dell’esercito pakistano nella North West Frontier Province (N.W.F.P.), regione al confine con l’Afghanistan, a causa del susseguirsi di sempre più numerosi e sanguinosi attacchi terroristici dei talebani. Da febbraio, infatti, si sono intensificati gli attacchi sia alla popolazione civile sia ad organi di polizia, nonostante il fatto che proprio a febbraio, in seguito alla sconfitta dell’esercito inviato per contrastare l’attività dei miliziani, sia stato firmato un accordo tra il governo della zona e i talebani. Tale accordo, se da una parte garantiva al governo il “cessate-il-fuoco” generale, dall’altra concedeva l’applicazione della legge islamica, sharia, nei tribunali della regione; come risposta alla violazione dell’accordo, il governo centrale ha disposto un attacco in grande stile: in proporzione dieci soldati per ogni miliziano.
Si conclude l’Odissea durata un quarto di secolo in Sri Lanka, con l’annuncio del Presidente Mahinda Rajapaksa, che il Paese «è stato liberato dal terrorismo» e che «non ci sono più minoranze», il «Paese ora è finalmente unificato». La guerra civile iniziata nel 1983 vedeva contrapporsi i ribelli tamil capeggiati dal leader Velupillai Pirapaharan combattenti per l’autonomia della zona nord-orientale dell’isola. Dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna i ribelli hanno subìto decenni di oppressione dalla maggioranza singalese buddista, tuttavia già negli anni ‘90 quella minoranza era considerata una spina nel fianco poiché specializzata in attentati suicidi nei confronti di avversari politici, alti funzionari, oltre a cittadini comuni. Nel 2005 s’afferma alle elezioni presidenziali Mahinda Rajapaksa, che ha incentrato tutta la sua strategia politica, diplomatica ed economica sull’eliminazione dell’LTTE (Liberation Tigers of Tamil Eelam).
